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Approfondimenti, Attualità, Salute e Migrazione

Lampedusa: una questione di Sanità Pubblica

Le condizioni di accoglienza dei migranti appaiono inaccettabili rispetto a principi elementari di salute pubblica e d’igiene mentale e svolgono un’azione patogena per i sopravvissuti. Appaiono fuorilegge rispetto all’articolo 32 della Costituzione, e offendono la coscienza dei medici.

556296_10151307758291357_672455958_n Un articolo di Marco Mazzetti, Medico Psichiatra
Società Italiana di Medicina delle Migrazioni
Progetto “Ferite Invisibili” per la Riabilitazione delle vittime di tortura, Area Sanitaria Caritas di Roma

Scarica l’articolo completo qui

Le dimensioni della recente tragedia di Lampedusa hanno opportunamente sollevato questioni basilari su:
– Come prevenire eventi simili
– Come proteggere la vita dei richiedenti asilo (donne e uomini spesso sprezzantemente definiti “disperati” nelle enfatiche cronache dei mezzi di comunicazione, e che al contrario sono persone coraggiose e piene di speranza nel futuro)
– Come predisporre leggi e norme in grado di onorare la civiltà e proteggere il bene assoluto della vita umana.
La posizione della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM) sull’argomento è stata autorevolmente espressa dal Presidente (Affronti, 2013) e da altri membri (Maciocco e Marceca, 2013), e non è necessario ritornarvi sopra.

Tuttavia l’evento, nella sua tragicità, rischia di mettere in secondo piano la questione sanitaria che è altrettanto importante, e per la quale non sono ammessi alibi: non è possibile cercare giustificazioni nell’imprevedibilità degli eventi, nella mancata assistenza degli altri paesi europei, nella malvagità dei trafficanti di esseri umani. La questione non è infatti solo quella di prevenire la morte di tanti richiedenti asilo, onorando l’articolo 10 della nostra Costituzione (“Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto all’asilo nel territorio della Repubblica”), ma anche di tutelarne la salute una volta sbarcato.
Proteggere la salute di chi è riuscito a sbarcare vivo è una responsabilità del tutto italiana.

La questione sanitaria può essere distinta in tre aree:
1) l’emergenza allo sbarco
2) la prevenzione
3) la protezione della salute psichica.

1) L’emergenza sanitaria allo sbarco
I problemi clinici che i richiedenti asilo presentano al momento dello sbarco sono essenzialmente legati alle condizioni del loro percorso migratorio:
Patologie da agenti fisici: le più comuni sono colpi di calore, colpi di sole, assideramento (secondo le condizioni climatiche in cui avviene la navigazione), lesioni da decubito dovute alla posizione forzata senza possibilità di movimenti sui barconi, aggravata da agenti chimici quali l’acqua salmastra o il gasolio che spesso sporcano i luoghi in cui i naviganti si siedono.
Patologie indotte o aggravate dalle condizioni del trasporto: le più pericolose sono quelle dovute alla disidratazione, che hanno determinato ad esempio casi documentati di gravi insufficienze renali.
Condizioni cliniche legate alla gravidanza o al parto: come le cronache ci ricordano, molte profughe approdano in stato di gravidanza o subito dopo aver partorito. Spesso sono donne vittime di gravidanze forzate, a seguito di stupri spesso ripetuti (abbiamo testimonianze di nostre pazienti che hanno subito violenze per lunghi periodi durante le detenzioni in Libia).
Ambito pediatrico: gli sbarchi recenti hanno evidenziato una questione a cui non eravamo abituati: molti bambini partecipano alle spedizioni. La presenza di bambini accresce il rischio di patologie da agenti fisici e dovute alle condizioni del trasporto, date le minori capacità di compenso biologico dei piccoli, e accentua la necessità di predisporre le procedure di protezione psicologica, descritte più avanti. Richiede anche che siano predisposte procedure burocratiche appropriate ed efficienti per la gestione dei piccoli rimasti orfani durante gli eventi, per rintracciare rapidamente eventuali familiari superstiti in patria o altrove, e garantire gli opportuni ricongiungimenti familiari.
Queste situazioni richiedono presidi appropriati in grado di dare le risposte emergenziali necessarie. Devono essere predisposte soprattutto procedure di rapida evacuazione verso centri di riferimento altrove in grado di offrire le risposte cliniche più appropriate. L’emergenza sanitaria a Lampedusa non è un’emergenza! Gli sbarchi si susseguono da un ventennio, e non possono essere gestiti con dilettantismo e approssimazione (o con mala fede, per creare casi da sfruttare politicamente).

2) La prevenzione
Le informazioni riguardo alle condizioni di accoglienza di cui disponiamo provengono essenzialmente da fonti giornalistiche e dalle testimonianze dei pazienti, (non è consentito l’accesso a personale sanitario esterno) e sono pienamente coerenti tra loro. Esse parlano di ricoveri sovraffollati, con carenza di servizi igienici e di acqua corrente, protezione da agenti termici (caldo, freddo, pioggia) non appropriata.
Condizioni igieniche di questo tipo sono patogene: favoriscono patologie infettive delle vie respiratorie, infezioni gastro-intestinali e altri disturbi del tubo digerente, patologie muscolo-scheletriche e aggravano quadri clinici preesistenti. Creano le premesse per il diffondersi di epidemie. E’ fondamentale, per un’appropriata prevenzione, che una situazione del genere, del tutto inaccettabile sul piano sanitario, sia corretta immediatamente.
È una responsabilità totalmente italiana quella di tutelare la salute di poche centinaia di persone che si trovano sul nostro territorio: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti” (Costituzione della Repubblica Italiana, art. 32): non è accettabile che ancora non esistano collaudate procedure di rapida evacuazione dei richiedenti asilo in altri luoghi del territorio nazionale, in modo da offrire loro condizioni igieniche appropriate alla vita di esseri umani

3) La protezione della salute psichica
Molti richiedenti asilo che sbarcano a Lampedusa sono stati vittime di torture e altri eventi traumatici, che possono determinare specifici quadri clinici psichiatrici: disturbo post-traumatico da stress, crisi d’ansia, disturbi depressivi, disturbi della concentrazione, del pensiero e della memoria, disturbi somatoformi, suicidio. Abbiamo già ricordato quanto spesso le donne che riescono a mettersi in salvo in Italia siano state vittime di stupri.
La letteratura psichiatrica ci insegna che persone già traumatizzate sono più a rischio in caso di nuovi traumi, per una maggior vulnerabilità psichica residua.
Per soggetti in queste condizioni è fondamentale garantire un’assistenza clinica immediata per la gestione psichica dell’esperienza traumatica appena vissuta, con opportune procedure di debriefing (le stesse che sono applicate in caso di catastrofi naturali in Italia, e per le quali ci sono ampie competenze professionali nel nostro paese) e offrire condizioni di vita che aiutino il recupero.

Conclusioni
La tragicità del naufragio avvenuto a Lampedusa il 2 ottobre 2013 ha avuto un impatto mediatico intenso che sembra aver messo in secondo piano specifiche responsabilità di salute pubblica e d’igiene mentale che ricadono sulle autorità italiane.
Le condizioni di accoglienza appaiono inaccettabili rispetto a principi elementari di salute pubblica e d’igiene mentale e svolgono un’azione patogena per i sopravvissuti. Queste condizioni assumono una gravità ancora maggiore quando a essere coinvolti sono i minori.
Essendo azioni promosse e sotto la responsabilità delle autorità italiane hanno un’eticità paragonabile a quella di inoculare intenzionalmente batteri patogeni in un essere umano. Appaiono fuorilegge rispetto all’articolo 32 della costituzione già richiamato, e offendono la coscienza dei medici. Protestiamo con fermezza contro questa situazione inaccettabile.

Società Italiana di Medicina delle Migrazioni
Salute Internazionale

Informazioni su Italiena

Mediatrice transculturale di origine camerunese, vive a Roma dal 1992. Studi universitari in Sociologia, è anche consulente e formatrice su tematiche legate all'Intercultura.

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