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Approfondimenti, Mediazione Transculturale, Salute e Migrazione

Migrazioni e Salute. L’importanza della Mediazione Culturale

“Non si tratta di due persone che non si capiscono … ma soltanto di due persone che non sono riuscite a comunicare”
Proverbio Wolof, Senegal

225613_173934195995019_128083060580133_383618_7350329_n Da qualche anno la mediazione culturale fa parte integrante del panorama italiano. Eppure se l’utilità dei mediatori non è ormai più da dimostrare, la loro posizione nei servizi aperti al pubblico non è scontata: la mediazione linguistica e culturale mette spesso in causa l’organizzazione degli stessi servizi, il loro sistema di valori, le loro pratiche.
Di solito l’inserimento dei mediatori culturali nei servizi socio-sanitari mira a migliorare la comunicazione con gli assistiti/utenti/pazienti stranieri. In questo senso la mediazione dovrebbe contribuire, oltre alla formazione del personale operante sulle abitudini culturali del pubblico non-italiano, anche alla facilitazione nonché informazione dei migranti sulle modalità di accesso.

Che cos’è la Mediazione Culturale?
Immaginiamo la seguente situazione: una cittadina straniera che non parla la lingua italiana si presenta in un consultorio familiare per una visita ginecologica, ma l’operatore sanitario che l’accoglie non conosce la sua lingua né i suoi riferimenti culturali. In questo contesto la mediazione culturale può rappresentare un anello costruttivo nella relazione d’aiuto tra istituzione e migrante. Si tratta quindi di facilitare la comunicazione tra individui appartenenti a culture diverse.
Molti aspetti caratterizzano la mediazione culturale. Il più immediato è l’interpretariato: in effetti le differenze culturali si rivelano spesso (anche se non sempre) nelle differenze linguistiche. Ma l’interpretariato non si limita alla mera traduzione linguistica; si preoccupa anche di interpretare gli universi culturali dei vari soggetti, di afferrare il senso – al di là delle parole – del discorso per poi ri-esprimerlo in un’altra lingua. I lapsus, gli sguardi, i sottintesi, le metafore, le attitudini, i movimenti del corpo, così come i codici culturali comuni ad ogni classe sociale fuoriescono dal contesto puramente linguistico. Per una persona straniera che non conosce l’italiano, le differenze non sono soltanto linguistiche ma spesso anche culturali.
Pertanto l’intervento di mediazione culturale in un servizio socio-sanitario, quale ad esempio un ospedale, non è semplice anche per via del contesto in cui la pressione del tempo ha un peso enorme sulle relazioni.
Qui il mediatore rappresenta davvero un “ponte tra le culture” e un interfaccia tra diversi attori; dovrebbe quindi avere delle competenze specifiche quali:
– una buona padronanza della lingua italiana nonché di quella di origine del migrante per il quale si effettua l’intervento;
– una conoscenza socio-linguistica approfondita: un termine può avere un determinato significato in funzione della provenienza di chi lo esprime. Ad esempio, l’espressione “mi fa male il cuore” può esprimere nostalgia/rimpianto/tristezza oppure rabbia/risentimento/rancore, o anche nausea, se non veri e propri disturbi cardiaci, in rapporto alla provenienza di chi la dice;
– Un’adeguata conoscenza della cultura di origine e del paese ospite: i riti, le abitudini, gli usi e costumi, ecc…
– l’attitudine a fornire informazioni: su diritti e doveri, su malattia e terapia, nonché indicazioni sul senso e l’obiettivo di esami e cure, e contributi sull’educazione alla salute. Deve anche essere in grado di informare il personale curante sulle pratiche culturali dei pazienti.

Altre competenze richieste sono: neutralità, empatia e deontologia.
In quanto professionista il mediatore culturale dovrebbe essere “neutro”. Arduo compito, specie per chi si trova di fronte un individuo della propria comunità, bisognoso di aiuto, che lo investe del potere di rappresentare le sue necessità. Per mantenere la sua neutralità il mediatore deve interrogarsi costantemente sugli eventuali “scivolamenti” ma anche avere una buona capacità di introspezione; pertanto sono importanti i momenti di supervisione e di valutazione degli interventi.

La mediazione culturale in ospedale
L’ambito sanitario è quello in cui, più che in ogni altro settore sociale, resistono dei numerosi pregiudizi. Oggi ancora sono in molti a ritenere che alcune popolazioni sono responsabili del loro cattivo stato di salute, che non sono adatte al clima del paese di accoglienza, che la loro igiene è scarsa e la loro alimentazione inadeguata, che degradano l’ambiente in cui vivono e tralasciano la salute dei loro bambini. Inoltre è comune l’opinione che i migranti approfittano del Servizio Sanitario Nazionale, anche se gli studi del settore dimostrano il contrario: rapportati all’insieme della popolazione, i migranti usufruiscono delle cura meno costose, e consumano globalmente molto meno degli italiani, anche se i ricoverati stranieri soggiornano mediamente in ospedale più a lungo (la difficoltà di comunicazione tra paziente immigrato e personale curante è una delle cause di questa situazione).
In un contesto relazionale complicato dallo scarso livello di comunicazione, l’operatore sanitario tenderà comprensibilmente a realizzare più esami clinici, indagini diagnostiche e test tecnici; molti accertamenti potrebbero essere evitati se il medico fosse in condizione di fare un’anamnesi completa. Si rileva anche, nei pazienti con scarsa padronanza della lingua, un utilizzo errato dei farmaci nonché incomprensione delle prescrizioni, oltre al non-rispetto degli appuntamenti.
Da tutto ciò si evince che la presa in carico della persona migrante non può essere facile, in particolar modo per l’operatore sanitario che si affida esclusivamente al modello occidentale. Anche se non si può contestare l’efficacia della medicina occidentale, che si centra tuttavia sul singolo individuo quando non è sul singolo organo malato, bisogna riconoscere che ci sono diversi altri sistemi terapeutici basati su un modo diverso di avvicinarsi al corpo e alla salute. Inoltre la dissimmetria tra paziente straniero e operatore sanitario può essere accentuata dal fatto che l‘ospedale, in quanto istituzione, ha dei riti ben definiti che possono essere profondamente estranei ai riferimenti culturali del migrante.

Quale futuro per il mediatore culturale in ambito sanitario?
Nel campo della salute, l’intervento di mediazione culturale richiede precise competenze nonché una buona formazione. Eppure nella maggior parte delle istituzioni sanitarie in cui operano, i mediatori culturali sono tuttora, a distanza di anni, in una posizione di debolezza contrattuale che non facilita il loro inserimento come professionisti. Questa situazione è aggravata dall’assenza di un percorso formativo uniforme a livello nazionale e sancito da un diploma “riconosciuto”. Eppure gli utenti stranieri esprimono da sempre un’opinione favorevole sulla presenza del mediatore culturale nei servizi, non soltanto per gli indiscussi miglioramenti nella gestione delle loro problematiche sanitarie, ma anche per le innumerevoli ripercussioni su vari aspetti della loro vita sociale: miglior conoscenza degli usi e costumi del paese di accoglienza, del funzionamento delle istituzioni, ecc.
Ciononostante, a quasi vent’anni dalla sua comparsa in ambito sanitario, la mediazione culturale è ancora ad un stadio “sperimentale” così come si può evincere dalle voci di bilancio di quasi tutte le aziende sanitarie e ospedaliere che offrono questo servizio, anche se gli operatori del settore riconoscono che la mala gestione del patrimonio salute dei migranti deriva principalmente dalle difficoltà di comunicazione e che pertanto la presenza dei mediatori culturali è un beneficio per il sistema sanitario. Si dovrebbe valorizzare questo tipo di intervento, identificando chiaramente la mediazione culturale in ambito sanitario quale azione specifica nel quadro di interventi volti a promuovere la tutela della salute dei migranti.
In effetti la salute del migrante dipende molto dalla sua situazione sociale. Uno stato di “bene-essere” garantisce innanzitutto diritti e pari opportunità, pertanto le politiche sociali sulla salute dei migranti dovrebbero tenere in conto la necessità di emancipazione e riconoscimento sociale di queste popolazioni.

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Informazioni su Italiena

Mediatrice transculturale di origine camerunese, vive a Roma dal 1992. Studi universitari in Sociologia, è anche consulente e formatrice su tematiche legate all'Intercultura.

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