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Approfondimenti, Mediazione Transculturale, Migrazioni, Società e Politica

L’integrazione, questa sconosciuta. Riflessioni di una mediatrice culturale in ambito scolastico

Ladispoli. Di Simona Hristian, Mediatrice Culturale

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Negli stessi giorni in cui negli Stati Uniti d’America veniva riconfermato presidente un rappresentante del “melting pot” statunitense, l’afroamericano Barack Obama, nel Vecchio Continente e, più precisamente, in provincia di Roma, a Ladispoli, città con oltre quarantamila abitanti, “una decina di genitori della Scuola dell’infanzia dell’Istituto comprensivo “Corrado Melone” protestavano e alcuni di loro avrebbero addirittura richiesto il trasferimento dei loro figli in un altro plesso”. Il motivo dello scontento: l’introduzione del corso di Lingua, Cultura e Civiltà Romena tra le materie di studio della scuola per l’infanzia.

Occupandomi da diversi anni di mediazione interculturale in ambito scolastico, ho avuto l’opportunità di conoscere il preside della SMS Melone, persona di larghe vedute e sensibile alle tematiche interculturali, che in passato ha aderito ai progetti che, gratuitamente, la nostra associazione “Spirit Romanesc” ha messo a disposizione della scuola. Conoscendo il suo interesse per il bene dei “suoi ragazzi”, sono certa che la decisione presa sia in sintonia con questo obiettivo . Aldilà delle mie opinioni soggettive, ci sono i motivi oggettivi che il Preside Agresti elenca in vari articoli usciti sulla stampa. In primis, perché rappresenta un’opportunità che il Governo Romeno ha messo a disposizione dell’Italia nel 2007, in seguito all’accordo tra i ministri dell’istruzione italiano e romeno per lo scambio di insegnanti che portassero nei reciproci Paesi la propria cultura di origine e che non comporta alcuna spesa, visto che è gratuito (“lo stipendio della docente è pagato dal Governo romeno, il materiale didattico ed i libri scolastici sono assicurati, gratuitamente, dal Ministero e dall’Istituto della Lingua Romena di Bucarest in collaborazione con l’Ambasciata di Romania a Roma”). Vista l’attuale crisi economica e i tagli dei fondi per la scuola pubblica, non credo che rifiutare l’offerta sarebbe stata una scelta responsabile. Inoltre, il preside sottolinea il plus valore dato dal fatto che “le maestre usano le informazioni della docente per approfondire altri argomenti rendendoli più vivaci ed interessanti”. Sembra quindi che si tratti di uno strumento in più che arricchisce l’offerta formativa e che dà la possibilità di migliorare la conoscenza reciproca, di mettere le basi per una educazione alla democrazia ed alla cittadinanza attiva necessarie in una società sempre più multietnica.
Allora perché i genitori rifiutano questo “regalo”? Uno dei motivi sembra essere il fatto che preferirebbero sostituire il corso di Lingua, Cultura e Civiltà Romena (1 ora/settimana è troppo poco per essere considerato un corso di lingua, secondo il preside) con un corso gratuito di lingua inglese che non è gratuito. Potrebbe anche essere condivisibile l’opinione che imparare l’inglese sia più utile rispetto al romeno, ma sembra che ci sia un vizio logico, un errore di fondo. Per motivi ovvi, il Governo Romeno non può erogare fondi per l’insegnamento di una lingua diversa dal romeno, quindi, se fossi la mamma di uno dei bambini della scuola Melone, farei una richiesta per un insegnante madre lingua al Governo della Gran Bretagna o richiederei fondi per questa materia al Ministero d’Istruzione Italiano. Inoltre, se io fossi genitore di uno di questi alunni, non metterei in dubbio la professionalità e l’autorevolezza delle docenti che hanno le competenze e le conoscenze necessarie e sufficienti per le quali sono state investite dalla legge col potere decisionale per la scelta didattica. Come ribadisce il preside in una delle sue dichiarazioni, la Costituzione Italiana e altre leggi dello Stato sanciscono la libertà di insegnamento (“nessuno può contestare metodi e programmi di studio scelti dai docenti”) e la libertà nell’educazione familiare (“i genitori sono liberi di iscrivere i propri figli nella Scuola il cui Piano dell’Offerta Formativa si avvicini maggiormente alla propria linea educativa, fermo restando che, la Scuola dell’infanzia non è nemmeno obbligatoria”). Quindi, risulta evidente che la questione riguardante il corso d’inglese non possa costituire l’unico motivo della polemica.
Un’altra domanda che considero importante farsi da genitore responsabile riguarda il messaggio che arriverà ai nostri figli, visto che i bambini non posseggono il concetto di nazionalità e di frontiera. Nel mondo globalizzato in cui viviamo, nell’Europa unita, conta veramente ancora la nazionalità? Non sarebbe più utile insegnare loro ad essere europei e cosmopoliti? Come genitore, farei attenzione a non strumentalizzare l’istruzione di miei figli per motivi che nulla hanno a che fare con loro.

Per me, ladispolense di origine romena, questa “polemica” è segno che sta succedendo qualcosa di diverso rispetto al passato. L’impressione che mi sono fatta negli oltre 13 anni che ho vissuto qui, è che Ladispoli rappresenti un’isola felice. In questo arco di tempo, non ho mai assistito a fenomeni di “intolleranza“ nei confronti delle comunità presenti sul territorio, nonostante la presenza dei migranti sia tra le più alte della Provincia di Roma, con una incidenza sul totale della popolazione tra le più alte in Italia. Ladispoli si è da sempre contraddistinta per la sensibilità e l’attenzione mostrata dalla scuola nonché dagli esponenti politici locali per il tema dell’intercultura.
Per comprendere meglio questa città, credo sia necessario ricordare che a partire dall’epoca della sua fondazione, gli abitanti di Ladispoli erano degli “migranti”, in quanto furono portati dal principe Ladislao Odescalchi da diverse regioni d’Italia al fine di popolare il nuovo borgo da lui fondato. Anche successivamente Ladispoli è stata meta dei migranti interni, come l’amico Tonino, ladispolense di prima generazione come me, che mi ha aiutato nella ricerca degli articoli pubblicati su questo tema. A partire dal 1946, incominciano ad arrivare i migranti esterni che si trovavano di passaggio in Italia ( ebrei, per lo più polacchi, in attesa di trasferirsi nel nascente Stato di Israele). Intorno al 1974/75 la tipologia dei migranti cambia nuovamente: incominciano ad arrivare dei richiedenti asilo (Cileni, ma anche Brasiliani, Boliviani, Iracheni, Afgani, Iraniani ed Indiani ). Insieme a loro o appena dopo giunsero migranti dall’Africa, in prevalenza studenti Nigeriani e Congolesi, ma anche Egiziani. Più recentemente, sono arrivati i migranti dal Sud America e, in seguito, dall’Est Europa come conseguenza della caduta del muro di Berlino. La comunità più numerosa è proprio quella romena. Attualmente, le poche famiglie che vivono a Ladispoli da più di tre generazioni si trovano sparse in un grande agglomerato di più di 40 mila abitanti, venuti da ogni parte d’Italia e del mondo.

La decisione di scrivere queste riflessioni è nata dopo aver letto i commenti dei miei concittadini, ma anche dopo aver sentito alcune opinioni dei miei connazionali, che lasciano trasparire delle incomprensioni dovute alla poca conoscenza reciproca e che portano a giudicare l’altro “diverso da noi” in base ai propri pregiudizi e stereotipi. Senza drammatizzare o generalizzare l’accaduto, considero che sia un’ottima occasione per riflettere sull’integrazione. Considero che sia giunto il momento di allargare gli orizzonti, di considerare i fenomeni locali in una ottica d’ensemble, come parte dei cambiamenti globali a cui assistiamo da un po’ di tempo (la libera circolazione di persone e merci in EU, le guerre, le disparità di ricchezza nel mondo ecc.). È necessario incominciare a prendere atto dell’inesorabile e l’irreversibile andamento del mondo e, di conseguenza, impegnarsi per la costruzione di una società futura che sarà sempre più multiculturale, che ci piaccia o meno.
Nonostante l’Italia sia da molti decenni paese di immigrazione, le politiche di integrazione e l’opinione pubblica sembrano non essersi ancora accorte del carattere sempre più stabile della migrazione, continuando a pensare che i migranti rappresentino solamente dei “lavoratori-ospiti” che prima o poi torneranno nel loro paese. Per questo motivo ritengo che il vero problema sia la sottovalutazione del fenomeno migratorio e quindi dell’integrazione intesa come processo bidirezionale, uno sforzo da entrambe le parti (migranti e società ospite) di trovare un codice comune di convivenza.

Le politiche di integrazione che finora hanno avuto maggiore successo in Italia sono state quelle adottate in ambito scolastico, anche se più che d’integrazione si parla di assimilazione. Le priorità finora sono state quelle di far apprendere la lingua italiana e, in alcuni casi, sono stati sollecitati gli interventi dei mediatori interculturali per facilitare il dialogo tra scuola e famiglia degli alunni non italiani. La differenza che quest’anno ha fatto nascere le polemiche nella scuola di Ladispoli è rappresentata dal fatto che il corso viene introdotto obbligatoriamente a tutti gli alunni. Lo stesso corso esiste da diversi anni in molte scuole elementari e medie di Ladispoli, ma è facoltativo e rivolto innanzitutto agli alunni di origine romena. Dal punto di vista dell’integrazione, questa differenza è molto significativa. Rappresenta un primo passo verso l’accettazione dell’altro, andando oltre la tolleranza. Per dirlo con Pier Paolo Pasolini, “ il fatto che si qualcuno è lo stesso che lo si . La tolleranza è anzi una forma di condanna più raffinata”. Inserire quindi un corso come quello oggetto della polemica nel POF rappresenta una scelta opportuna e lungimirante, una dimostrazione dell’impegno concreto nel processo di integrazione da parte di una delle istituzioni più importanti del Paese (la scuola). Sarebbe uno strumento utile per acquisire quelle conoscenze sulla cultura e la lingua di origine della maggior parte degli alunni stranieri presenti nelle scuole di Ladispoli, necessarie per facilitare la relazione interpersonale nelle classi multiculturali.
Per arrivare all’integrazione è necessario un dialogo costruttivo che porti alla conoscenza reciproca, alla scoperta delle somiglianze oltre che delle differenze. Come dimostra la polemica nata a Ladispoli, questa comunicazione ancora non esiste. Per questi motivi, attualmente, la figura del mediatore interculturale andrebbe rivalutata e riconosciuta come figura chiave. Prendendo il caso specifico della scuola Melone, mi domando come sarebbero andate le cose se all’interno della scuola ci fosse presente la figura del mediatore interculturale, inteso come figura professionale addetta alla comunicazione tra scuola e genitori, come facilitatore non solo linguistico, ma soprattutto culturale. In attesa che l’Italia riconosca l’importanza e la necessità della figura del mediatore, sarebbe auspicabile seguire il consiglio di Barack Obama, estratto dal discorso fatto in occasione dell’ insediamento per il secondo mandato alla Casa Bianca: “Una buona regola è trattare gli altri nel modo in cui speri che loro trattino te”.
Basterebbe questa semplice regola per assicurare una convivenza civile in una società sempre più eterogenea e complessa.

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Informazioni su Italiena

Mediatrice transculturale di origine camerunese, vive a Roma dal 1992. Studi universitari in Sociologia, è anche consulente e formatrice su tematiche legate all'Intercultura.

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  1. Pingback: L’integrazione, questa sconosciuta | Simona Hristian Blog - 28 agosto 2013

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