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Approfondimenti, Mediazione Transculturale, Salute e Migrazione

Svezia. Diagnosi errate senza mediatori culturali nella sanità

Un’indagine condotta dalla radio svedese Sverigesradio mette in evidenza l’importanza dei professionisti della mediazione culturale adeguatamente formati in ambito sanitario.

L’inchiesta rivela che purtroppo, nel paese scandinavo, la maggioranza dei cittadini stranieri che necessitano di mediazione culturale nella sanità si deve tuttora accontentare di mediatori culturali che non soddisfano i requisiti formali. In 9 delle 12 regioni esaminate dalla radio svedese, nemmeno un quinto delle mediazioni culturali è svolto da professionisti iscritti all’albo e solo una minima percentuale è affidata a professionisti specializzati in sanità.

Said, originario del Marocco, ha avuto una disavventura quando l’ospedale a cui si è rivolto ha incaricato un mediatore culturale che non capiva il suo dialetto arabo.
”Ha tradotto male e per colpa della mediazione culturale mi è stata fatta una diagnosi sbagliata. Dopo sei mesi ero addirittura peggiorato, perché mi erano state prescritte medicine sbagliate. Queste medicine hanno peggiorato il mio stato di salute”.

In Svezia, l’iscrizione all’albo si ottiene superando esami presso il Kammarkollegiet. Un professionista iscritto all’albo può quindi sostenere ulteriori esami e la specializzazione in mediazione culturale giuridica o sanitaria.
”I mediatori culturali sanitari sono importanti”, afferma Ivett Larsson, direttrice presso Kammarkollegiet. ”È importante per la certezza del diritto e per evitare trattamenti sbagliati”.
Dunque, a chi deve essere affidata la mediazione culturale sanitaria e su quale livello si deve porre?
”Mi piacerebbe che fosse al massimo livello e, oggi, questo livello è rappresentato in Svezia dai mediatori culturali sanitari”.

Il sondaggio condotto dalla radio svedese in 12 regioni ha mostrato che solo una minima parte (indicativamente il 4%) di tutte le mediazioni culturali commissionate dalle strutture sanitarie sono state effettuate da mediatori culturali sanitari iscritti all’albo. Innanzitutto non ci sono abbastanza mediatori culturali sanitari e molti di questo sostengono di rifiutare gli incarichi nel settore sanitario, perché sono pagati molto meno rispetto, ad esempio, a quelli del settore giudiziario.
In 9 regioni su 12, oltre l’80% delle mediazioni culturali è svolto da professionisti non autorizzati. Molti sono bravi ed esperti, ma molti altri hanno alle spalle solamente una breve formazione e conoscenze linguistiche dubbie.

Eva Onelius è infermiera distrettuale presso l’ufficio sanitario per richiedenti asilo di Söderhamn. Nella sua regione, Gävleborg, nemmeno il 10% delle mediazioni culturali è affidato a professionisti autorizzati. E, secondo lei, i risultati sono evidenti.
”La qualità dei mediatori culturali è molto variabile”.
Riferisce di un paziente che, dopo una mediazione culturale sbagliata, è tornato a casa credendo di avere un tumore ai polmoni, mentre in realtà si trattava di una malattia molto meno grave e, soprattutto, curabile.
”Questo paziente si è sentito depresso per un periodo molto prolungato, prima che riuscissimo a spiegare l’errore”.

Quando il marocchino Said si è presentato nuovamente dal medico, ha incontrato un altro mediatore culturale più bravo e il medico ha riscontrato nuovi problemi.
”Il medico ha scoperto nuovi disturbi dovuti alle medicine sbagliate. Ed era colpa del mediatore culturale”, dice il 26-enne Said.

Autore: Anders Ljungberg, SR International – Fonte: Traduzioni Vikings

Leggi l'articolo su Sverigesradio (in svedese)

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Informazioni su Italiena

Mediatrice transculturale di origine camerunese, vive a Roma dal 1992. Studi universitari in Sociologia, è anche consulente e formatrice su tematiche legate all'Intercultura.

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